Vorrei amarlo meglio di così, ma non ci riesco…
La sensazione di non sentirsi attratti sessualmente dal proprio partner è un’esperienza frustrante.
Poche cose fanno sentire in colpa come percepirsi non meritevoli dell’amore ricevuto: la percezione di scarso – o assente – interesse sessuale nei confronti del proprio compagno/a, marito/moglie, rientra sicuramente in questa casistica.
Succede più spesso di quanto si pensi: persone in un rapporto di coppia da molti anni, che giorno dopo giorno scoprono di non essere più attratti dal partner.
Per comprendere più a fondo questa difficoltà, occorre cominciare a familiarizzare con le cause profonde e gli “effetti collaterali” dello spegnimento della propria pulsione sessuale.
In particolare, c’è una domanda che tormenta chi non sente più attrazione sessuale verso la persona con cui è in relazione:
Lo amo ancora?
È una domanda che martella dentro ed è fonte di paura, senso di colpa, angoscia.
Questo perché, normalmente, consideriamo la dimensione sessuale come una componente fondamentale del benessere di coppia.
Tendenzialmente è così: persone che sono soddisfatte dalla propria vita sessuale di coppia, risultano soddisfatte anche dalla loro vita relazionale a 360°.
Però, non è detto che sia vero anche il contrario.
Più precisamente, non è detto che sentirsi sessualmente distanti significhi non amare più il proprio partner.
Le emozioni e la psicologia umana non funzionano mai in maniera così diretta.
«Non sono più attratto dal mio partner»: perché?
La fatidica domanda lo amo ancora? non sempre conduce a una risposta chiara: le relazioni sono molto più complicate di quanto la sola attrazione sessuale possa raccontare.
Questa questione nasconde spesso il timore di troncare la relazione.
Se anche la risposta a questa domanda è no, le conseguenze di una separazione sono quasi sempre considerate insostenibili.
Può essere, insomma, che l’assenza di desiderio sessuale nei confronti del proprio partner sia la spia di un malessere più profondo, che riguarda la soddisfazione complessiva rispetto alla storia.
Ma può essere anche la conseguenza di un fattore di stress momentaneo.
Qualcosa, nella vita della persona, che impedisce di lasciarsi andare, di sentirsi libero nella propria espressione sessuale.
Un dettaglio del proprio benessere che non dipende strettamente dal partner.
Relazioni d’amore e psicoterapia
Pensare di lasciare il proprio partner per ragioni sessuali innesca un senso di colpa doloroso.
Non sono più attratto dal mio partner… e allora? Io lo amo ancora.
Anche quando si prende la decisione d’interrompere la relazione, è bene capire cos’è che di preciso sta spingendo in questa direzione.
In altri termini, è bene capire cosa c’è dietro.
- È qualcosa legato allo specifico partner?
- È qualcosa legato a se stessi e al proprio modo di approcciare la sessualità?
La psicoterapia può essere la soluzione migliore.
Non è facile porsi questo tipo di domande, e non è facile darvi risposta.
Eppure, affrontare una questione così centrale del proprio benessere è basilare se si vuole star bene.
In coppia o da soli.
Comprendere le motivazioni profonde delle proprie difficoltà sessuali è, allo stesso tempo
- una chance di benessere che si offre a se stessi: potrei stare meglio senza di lui/lei?
- una chance di benessere che si offre al partner: potrebbe stare meglio senza di me?
Sentire scarso desiderio sessuale è come una bomba a orologeria, in una relazione.
Minaccia di distruggere il senso di fiducia del partner, e di appiattire – per non dire azzerare – il piacere della relazione, schiacciata dal senso di colpa per ciò che si sente di non riuscire a dare all’altro.
Tutti buoni motivi per intervenire.
Francesco Rizzo
Psicologo Psicoterapeuta Padova
Lui è molto più giovane di me ed è sposato. Io sono una donna più che matura. Ci siamo conosciuti in un momento di forte crisi per me, avendo appena perduto mia madre per una malattia inesorabile. Dunque, a tutto pensavo fuorchè a guardarmi attorno, Sono caduta in depressione avendola io assistita giorno e notte. E’ stato lui ad iniziare un intenso corteggiamento – che ha suscitato anche molte chiacchiere – ma che per lunghissimo tempo mi appagava facendomi sentire di nuovo attraente e desiderata (nonostante l’età anagrafica mi dicono che sono una bella donna, e non dimostro l’età, ahi ahi…). Mi bastava, e certo non immaginavo un seguito. Non sono mai stata il tipo di donna che prende l’iniziativa, fin da giovane e figurarsi oggi. Finchè si è presentato un giorno alla mia porta, Mi aveva portato la colazione e anche se sinceramente stupita, l’ho fatto salire. Avevo capito che c’era in ballo un corteggiamento, ma solo come “gioco”. Invece è finita che abbiamo fatto sesso, con soddisfazione più che reciproca. Pensavo fosse finita lì, e invece è durata per 2 anni (ma ci conoscevamo, anche se non profondamente, da sette ). Essendo già da molti anni in menopausa, questa fase della vita intima mi arrecato un problema solo, ma terribile. la secchezza vaginale, che non posso curare con gli ormoni, anche se non ho tralasciato altre cure e rivolgendomi a più di un ginecologo. Tuttavia, ho ritenuto più onesto da parte mia metterlo al corrente del mio problema (a volte visibile! con mio grande imbarazzo), lasciandolo così libero di decidere se restare o no. E’ rimasto. Abbiamo continuato così, come meglio potevo, sperimentando altri modi, del resto mi cercava ed ogni volta con desiderio e passione da ambo le parti. E nell’uomo, cio è evidente. Tutto questo è durato fino ad un mese fa. Dopo l’ultimo, appassionato “rapporto”, ha smesso di chiedermelo. Ovviamente, non essendo stato lui l’unico partner della mia vita (ma quello con cui è durata più a lungo, i precedenti si sono rivelati persone indegne), mi sono data le spiegazioni di rito: una donna molto più giovane di me, magari incontrata sul luogo di lavoro, non so , e da cui ora è attratto). Ho intuito che non è neppure soddisfatto del suo rapporto coniugale. Essendo io una donna molto fiera, e dignitosa, (ho continuato a vederlo essendoci tra noi un rapporto professionale), ho evitato di fare qualsiasi domanda che si sarebbe rivelata del resto inutile e umiliante. O è stanco di me fisicamente perchè attratto da un’altra, oppure adesso “ricorda” la mia età. Dunque, mi allineo semplicemente alla sua indifferenza, non chiedendo spiegazioni – potrei incorrere in risposte che mi farebbero ancora più male – e simulando una vivacità che in realtà non provo, dal momento che mi sento di nuovo rifiutata, e moralmente a pezzi.. Le chiedo: com’è possibile provare una forte attrazione fino ad un mese fa e poi non provarla più da un momento all’altro? E quale dovrebbe essere, ora, l’atteggiamento migliore per me da assumere nei suoi riguardi? C’è qualcosa che io possa fare per rimanere almeno a testa alta? Grazie
Gentile Rachele,
desidero innanzitutto ringraziarla per la condivisione della sua testimonianza, così appassionata.
L’esperienza che racconta mette in gioco molteplici livelli, tutti complessi.
Personalmente, e professionalmente, non credo che esista qualcosa come un atteggiamento migliore da assumere nei confronti di chicchessia; esistono le emozioni – e senza dubbio lei ne ha sperimentate tante, anch’esse molto complesse – e poi esistono i nostri tentativi di farvi fronte, a volte anche di comprimerle, di reprimerle. Il punto è che proprio non esiste una reazione universalmente valida, soprattutto in una circostanza tanto articolata come questa.
Rispetto alla domanda come sia possibile provare una forte attrazione… direi che anche in questo caso l’analisi non può che essere complessa: i sentimenti, le emozioni e, perché no, le pulsioni del corpo, non si volatilizzano dal giorno alla notte. Una trasformazione così apparentemente netta è in realtà, senz’altro, frutto di un percorso, di un processo, che nel caso specifico che racconta, non conosciamo e forse non potremo conoscere.
Quanto scrivo non serve a giustificare, ha il senso di provare a comprendere ciò che è successo, perché questo è ciò che possiamo fare.
Allo stesso tempo, è sempre possibile dare spazio e voce al proprio malessere, prendersene cura: la conclusione di questa relazione ha lasciato segni profondi in lei, si percepisce, forse ha riattivato ferite antiche che riguardano proprio la dimensione, dolorosissima, del rifiuto.
Credo quindi che questa sofferenza potrebbe e anzi dovrebbe trovare espressione, essere “curata” nell’oggi e forse anche nei suoi legami col passato.
Un percorso di psicoterapia la aiuterebbe a rimettere insieme tutte le tessere del puzzle, in questo gioco di sincronie tra passato e presente; al di là di qualsivoglia risposta possa mai darle questa persona, è fondamentale che lei possa trovare le sue.
La saluto cordialmente
Gentile Dr. Rizzo, prima di tutto la ringrazio per la risposta così esaustiva. In realtà, dall’età di 33 anni (ennesima relazione sentimentale fallita, Fu il mio partner di allora a chiudere senza motivo apparente, togliendomi giorno dopo giorno qualcosa, fino a ridurre i nostri incontri alla sera, per pochissimi minuti. Anche allora pensai fosse subentrata un’altra persona, e molto probabilmente avrò dato io una “spallata”, quella finale, per interrompere ogni rapporto con lui. ora non ricordo bene come andarono le cose.).in seguito a vertigini e insonnia che non dipendevano da alcuna causa organica, il mio bravo medico di allora ritenendo fossero di origine psicosomatica, mi suggerì, come lei oggi, d’intraprendere una psicoterapia. Ebbi la fortuna d’imbattermi in un bravo psicoterapeuta con cui iniziai un lunghissimo percorso di psicoterapia di tipo cognitivo -comportamentale.L’empatia con lui fu eccezionale. Questo percorso mi aiutò a comprendere come la paura di essere abbandonata e rifiutata, che mi accompagna ancora oggi, risiedeva in un trauma risalente alla mia infanzia, quando per qualche tempo fui affidata ad una zia, poichè mio padre e mia madre dovevano prendersi cura di mio fratello, minore di me di 20 mesi, che era in ospedale in procinto di morire per broncopolmonite. Io non so se condividere o meno questa tesi, perchè poi l’amore dei miei genitori nei miei confronti non mi è mai mancato, e particolarmente l’attaccamento a mia madre, con la quale avevo un rapporto più da confidente/amica che da figlia. Lei sapeva tutto di me, e anche se non sempre mi approvava, non mi ha mai giudicata. Perduta lei, mi è crollato il mondo addosso, non essendo riuscita a crearmi una famiglia mia. La psicoterapia intrapresa ha funzionato nel rendermi una persona pragmatica, efficiente e sicura di sè in tutti gli aspetti della vita e anche un “punto di riferimento” oggi per i miei fratelli (uno, gravemente ammalato e l’altro alle prese con un matrimonio infelice), saggia per gli amici, lucida nell’affrontare esperienze terribili come la malattia di mia madre che mai ha sospettato di cosa fosse malata, e che si è spenta serenamente nel suo letto, come io avevo voluto, rifiutandomi di affidarla ad un centro per malati terminali. Ma ricordo le parole del mio terapeuta il quale mi disse che tuttavia ammetteva il proprio fallimento nell’aiutarmi a gestire i rapporti sentimentali, con ansia correlata, l’anello debole della mia catena, Io credo che più che al trauma infantile, che posso anche aver subìto, la mia insicurezza e la scarsa autostima che inevitabilmente prendono il sopravvento ogni qualvolta mi confronto sentimentalmente con un uomo, dipendano dal fallimento delle mie relazioni sentimentali passate. Quante donne, infatti, si sentono “sicure” soltanto perchè hanno un marito o un compagno che magari le svaluta, ma che tuttavia garantisce loro un’apparenza ancora sopravvalutata dalla società, che automaticamente le inquadra nella categoria “donne normali, con famiglia e con figli” e che perfino le remunera economicamente mentre le single – anche se non per scelta o forse sì – vengono inquadrate nella categoria delle “poverette da compatire” perchè sono sole, devono sbrigarsela da sole, non hanno una vita sessuale a meno di non appartenere a quella categoria di donne che il sesso lo usano come gli uomini, buttandolo via quando ne sono stanche, e neppure hanno avuto la fortuna di avere un figlio come è accaduto a me, anche questo inspiegabilmente.? Eppure fisicamente, avevo tutto, a suo tempo, atto a garantirmi una maternità che avrei molto desiderato. E’ ovvio che, di fronte all’ennesimo fallimento sentimentale io mi sia trovata ad evitare qualsiasi rapporto potesse ancora coinvolgermi e farmi soffrire. Quest’ultimo, come le dicevo, non è stato da me cercato. Forse, essendo sotto l’effetto degli antidepressivi (paroxetina), avrò non consapevolmente assunto un atteggiamento più ricettivo alle attenzioni di una persona che inizialmente, tuttavia, mi è apparsa umile, modesta, il tipico “bravo ragazzo” di una volta, insomma, (non era ancora sposato), sempre pronto a sorridermi, ad aiutarmi, a manifestarmi simpatia ed interesse personale diventato poi desiderio, quel desiderio che tante volto avevo colto in passato negli occhi di un uomo, una persona insomma molto diversa dall’uomo che è diventato oggi, impenetrabile nei suoi “segreti” e che ha messo in atto un meccanismo così crudele forse allo scopo di non trovarsi di fronte a scenate, spiegazioni, lacrime. Tutte cose che per quanto mi riguarda mi farebbero orrore e che mi rifiuto di mettere in atto, non avendolo mai fatto. Se piango per qualcuno, piango quando sono sola. Del resto sapevo, quando la storia cominciò, che l’enorme differenza d’età ci avrebbe prima o poi divisi, che non avrebbe certo abbandonato per me, poi! la donna che conosceva da una vita, ma se avessi rinunciato a priori all’ultima “opportunità” che la vita mi offriva, mi chiedo se oggi avrei vissuto senza rimpianti. So che gli uomini dimenticano facilmente. Ma le chiedo ancora, al di là dei motivi che possano averlo spinto a rifiutarmi sessualmente quando prima sembrava assetato d’amore, proprio come me, se l’interesse fisico possa svanire così, da un giorno all’altro, da un momento all’altro. E so che questa domanda se la pongono molte, moltissime donne. Grazie per l’aiuto e grazie se vorrà rispondermi a tale quesito.
Gentile Rachele,
purtroppo non ho risposte alla sua domanda: come scrivevo nel messaggio precedente, temo in effetti che per domande come la sua non esistano risposte universali.
Credo altresì che l’esperienza recente che mi ha raccontato e le altre che mi ha accennato, tutte molto dolorose, esigano delle risposte e delle “soluzioni” soggettive, che vadano a incarnarsi nella sua storia e nel suo percorso di vita.
Sfortunatamente, molte delle esperienze spiacevoli che ci capitano… beh, di certo non ce le cerchiamo, né mai le desidereremmo; eppure, forse, esiste anche una specifica sensibilità individuale a talune esperienze emotivamente stressanti, e questa sensibilità è in effetti parte della nostra storia. Ciascuno ha la sua: la sua sensibilità, la sua storia. Forse, quel “trauma infantile” a cui accennava, andrebbe esplorato in un lavoro psicoterapeutico più lungo e profondo.
Un percorso orientato psicoanaliticamente credo che la aiuterebbe a trovare le sue, personali risposte: non si tratta di risposte risolutive, bensì di risposte che aiutano a costruire un senso laddove, invece, al momento c’è solo tanto dolore, e tanto sbigottimento per il trattamento ricevuto.
Non possiamo cambiare il passato né possiamo cambiare le persone che sono “altro” da noi; possiamo cambiare soltanto il nostro modo di stare al mondo e nelle relazioni.
La saluto cordialmente
Gentile Dr. Rizzo, la ringrazio per la sua risposta, che trasuda umanità e comprensione. Credo che ormai, per me,raggiunta la veneranda età di 70 anni…ben portati, certo, ma che restano comunque 70, sia ormai tardi, ed anche inutile intraprendere un altro percorso di psicoterapia per…? Capire perchè m’imbatto nelle persone sbagliate? Alla mia età – con relativi problemi di natura fisica contingenti – non posso sperare d’incontrare la persona “giusta”, quella che invano ho cercato. L’amore si presenta all’improvviso, quando meno ce lo aspettiamo, come mi è accaduto. Questa relazione, per giusta o sbagliata che sia stata, è tuttavia da contestualizzare in un profondo cambiamento che si è verificato in me dopo tantissimi anni d’analisi, e che per la PRIMA volta nella vita mi ha vista abbandonare le difese, esprimere le emozioni che sempre ho tenute celate nella precedente vita sentimentale, lasciarmi andare senza pensare alle conseguenze che una volta mi avrebbero sicuramente indotta a fuggire ai primi segnali. Il mio terapeuta ha svolto in questo senso un lavoro immane, quando mi rivolsi a lui avevo 33 anni, uscivo da un’altra relazione fallimentare, dove il partner (anche lui, tuttavia in terapia), dedicandomi sempre meno tempo ed attenzioni, mi costrinse ad essere io, la prima a fare il passo per concluderla non ravvisando in questa alcuno stimolo al benessere ed alla felicità cui avrei avuto diritto. Alla sua conclusione, ho cominciato a soffrire di disturbi psicosomatici, avevo le vertigini, non dormivo più la notte. ed è questo che mi fa “dannare”. Parlandone con amiche, e perfino conoscenti, e perfino con donne giovanissime, mi sono sentita dire che non c’è nulla in me che non va. anche loro hanno subìto esperienze simili, e che non devo pensare al mio “handicap” fisico quale causa scatenante per essere oggi sessualmente rifiutata, perchè un uomo non disposto ad accettare questa realtà aiutandomi, non vale nulla. il mio medico mi disse che un uomo, accanto a me, si sarebbe sentito al centro del mondo, amato al massimo grado. Ed è qui che non mi do’ pace, perchè vedo tanti esempi intorno a me (famiglia inclusa, e mi riferisco alle donne che i miei fratelli hanno sposato) di donne indegne, per le quali il partner è posto all’ultimo gradino della scala dei propri valori e dei propri interessi ma che pure sono riuscite a costruirsi quel “nucleo” che io invece non ho. E mi considero un’incapace. Certo, in una relazione (e figuriamoci in un matrimonio) devo anche dire che non avrei accettato compromessi, come tante fanno pur di tenersi un uomo accanto. Io volevo un compagno di vita perchè ritengo che l’amore sia condivisione, così come è stato il matrimonio dei miei genitori. Certamente non posso aspettarmi tutto questo da un uomo sposato e soprattutto così giovane, anche se a 42 anni, un giovane è “uomo” e non ragazzino. I miei fratelli sono vissuti nel compromesso, ne hanno fatto parte della propria esistenza.. Il maggiore, alle prese con una donna da sempre isterica, carrierista, interessata solo ai soldi ed al proprio lavoro e per niente a lui, si ritrova oggi affetto da una gravissima malattia neurologica scatenata dall’ipertensione e che gli ha provocato microtraumi cerebrali. Ricordo che in casa, con loro, era un inferno: liti continue anche per fesserie, insulti e botte, eppure non ha mai voluto liberarsene, e oggi certamente non può. Dipende da lei, che da molto tempo ha avocato a sè la gestione di…tutto. Il minore non sta certo meglio. Dopo un divorzio si è risposato con una donna anaffettiva, cui preme solo il nucleo familiare d’origine da cui non si è mai staccata, disinteressandosi di lui e perfino del figlio che hanno avuto, perchè si allontana continuamente da casa lasciandolo solo. il risultato? Un uomo affetto da grave depressione, soggetto a continui mutamenti d’umore e rabbia incontrollata che però rovescia addosso a me, svalutandomi continuamente. Salvo poi, se io non mi faccio più viva, a ricercarmi e pronto a ricominciare all’occasione successiva. Mio padre è stato un padre presente, ma sempre “silente”. Il vero uomo in casa, la vera roccia, era mia madre, me ne sono accorta solo quando li ho perduti entrambi. Questi sono stati i primi uomini che ho conosciuto nella vita. Ho dovuto imparare a difendermi molto presto. Non so in cosa abbiano sbagliato entrambi, nell’educare tre figli così incapaci di costruire la relazione “giusta”. Ma è tardi, è inutile ricercare le cause anche nell’educazione ricevuta, fare della dietrologia, io ritengo che abbiano fatto quanto di meglio potessero, per noi. Per questo rapporto mi assumo tutta la responsabilità, sono stata io a scegliere di viverlo essendo l’ultima occasione che la vita mi offriva e dopo tanti anni di solitudine. Ce l’ho messa tutta come sempre, ho dato il massimo come sempre. Se oggi lui si trova, lavorativamente parlando, in una situazione che lo soddisfa in pieno, ebbene, nonostante riconosca le sue capacità, posso dire che certamente ciò è avvenuto anche grazie a me. Dietro le apparenze nasconde una grande insicurezza. Ma è andata male per l’ennesima volta. Mi perdoni per il lunghissimo sfogo. La ringrazio tanto. Rachele
Gentile Rachele,
spero che averne parlato in questo spazio sia servito almeno a dare un po’ di sfogo alla sofferenza che porta dentro.
La psicoterapia è un atto trasformativo, ma allo stesso tempo, rappresenta anche un “contenitore” dove è possibile depositare e condividere tutto ciò che fa parte del proprio mondo interno: emozioni, piacevoli o spiacevoli; esperienze, positive o dolorose; pensieri, riflessioni… insomma, tutto. È uno spazio per sé… per più di qualcuno, è uno spazio per sé finalmente.
E trovare il proprio spazio, questo spazio, non è questione di età.
La invito e la incoraggio a prendere in considerazione questa possibilità.
Un saluto cordiale
La ringrazio davvero molto, Dr. Rizzo, per il sostegno – grandissimo, in un piccolo spazio – che mi ha offerto. Sicuramente, condividere con qualcuno che mi comprende il difficilissimo momento che sto attraversando, mi arreca sollievo. Non a caso ho scelto di parlarne con un uomo, anzichè con una donna, perchè il mio problema è legato al rapportarmi con l’uomo in generale. Una donna , anche una psicoterapeuta, pur dovendo e per appartenenza di sesso e per la professione che svolge, interagire, comprendendo la fatica dell’essere donna, anche con pazienti donne che lamentano come me problematiche legate al rifiuto, all’abbandono, al matrattamento che subiscono magari in silenzio, tutte caratteristiche spesso attinenti anche a “storture” derivanti da educazione ricevuta, società che c’illudiamo in evoluzione mentre ancora ci offre modelli di figura maschile dominante (ma oggi, riconosco come moltissime donne, soprattutto giovani, siano anch’esse dominanti), e immagini come quella dell’uomo “che non deve chiedere mai” ma che spesso per rabbia e frustrazione, diventa violento, aggressivo, perfino pericoloso, sarebbe stato come il gato che gira su se stesso mordendosi la coda. Lei mi propone un percorso, nuovamente, di psicoterapia. Se anzichè ricevere a Padova lei fosse stato a Roma, dove sono nata e dove vivo, credo – almeno a giudicare dalla tipologia delle sue risposte, che mi sarei rivolta a lei. Certo, ho pensato spesso di tornare dallo psicoterapeuta (uomo anche lui e non a caso) che mi seguì e che a tutt’oggi, dietro mia richiesta, non si rifiuterebbe di ascoltarmi. In fondo, lui mi conosce da quando avevo trent’anni, lui era un giovane e promettente medico con qualche anno più di me, conosce tutta la storia – dolorosa – delle mie esperienze e della mia vita, ma…sono frenata dal pudore, dalla vergogna che proverei nel raccontargli l’accaduto. lei si stupirà: ma come, ho scelto di parlare delle mie esperienze private con una persona che non conosco e mi vergogno a parlarne con chi della mia vita privatissima conosce anche i dettagli??? E qui ammetto di non comprendermi, non ne capisco neppure io il motivo. Forse perchè lui, avendomi conosciuta come donna molto controllata, troppo sensibile, sì, ma restia a manifestare le proprie emozioni ed i propri sentimenti e soprattutto a lasciarsi andare, passionale sì, anche, ma anche molto razionale, “con la testa sul collo”, balzerebbe sulla sedia stupefatto. Certo, data la professione svolta, non mi giudicherebbe a parole, ma cosa penserebbe di me? La solita Peter Pan (patetica) che si rifiuta di crescere, di lasciar andare quella ragazza che una volta era bella, ammirata, corteggiata ma proprio per questo maggiormente esposta alla fregatura di chi un rapporto vero non voleva proprio costruirlo. E temo che nonostante le botte ricevute dalla vita, quella ragazza, nonostante l’età, sia ancora dentro di me. Non a caso mi piace rapportarmi con i giovani – siano uomini o donne – (con mio nipote di 35 anni ho un rapporto cameratesco, più da amica che non da zia), ascoltare il parere e conoscere come quelli di oggi vivano i sentimenti. In modo più leggero certamente, ma anche soffrendo come sta accadendo a me. Ma loro hanno la vita davanti. So già che se non ce la farò, dovrò ricorrere nuovamente a lui. Ma prima, devo sentirmi pronta a farlo. E non voglio ricorrere nuovamente agli psicofarmaci, voglio conservare il mio raziocinio. Fortunatamente so già che supererò l’ennesimo abbandono come sempre ho fatto. Sperando tuttavia di fregarmene un po’ di più. La ringrazio. Rachele